E finalmente… moda americana!

Ladies and gentlemen… dopo mesi e mesi di osservazione e attento studio, finalmente posso darvi il mio personale e assolutamente soggettivo punto di vista sulla moda americana.

Premesso ovviamente che nel mio caso si tratta di un’osservazione a campione, su soggetti prevalentemente di età compresa tra i 17 e i 23 anni, per i 2/3 di sesso femminile, anche se non mancheranno anche osservazioni su adulti di ambo i sessi e con particolare attenzione alla scelta delle calzature.

Altra premessa imprescindibile è che, purtroppo e mio malgrado, non sempre sarà possibile accompagnare i rilevamenti con prove fotografiche, perché va bene la faccia tosta, ma a volte fermare le persone e chieder loro “Can I take you a picture?” mi sembrava davvero troppo. Devo ammettere che mi vergognavo per loro e quindi non ho osato.

Cominciamo da alcune macro-categorie.

Negli Stati Uniti più che altrove non esistono le mezze stagioni. O meglio, non esiste un guardaroba da via di mezzo. Si passa con una repentinità spaventosa dagli stivali (o magari da quegli orrendi UGG tutti pelosi) alle flip flop. Basta un’occhiata di sole perché il campus si riempia di ragazzi in shorts e canotte (e non importa se il calendario dice 30 novembre o 12 febbraio) mentre a dire il vero le flip flop sono attuali in ogni stagione, e soprattutto nella stagione delle piogge. In questo caso lo studente americano non solo ignora con sufficienza l’ombrello, ma tranquillo e sereno se ne va in giro, magari anche in mezzo al fango, con le sue infradito e se provi a chiedere come mai non si mette gli stivali ti risponde pacifico “beh, le scarpe me le bagnerei lo stesso e anche i piedi, almeno così mi devo solo asciugare i piedi quando arrivo a casa”. Contento te! L’alternativa sono gli stivali di gomma (sempre molto colorati!) che però a volte a me sono sembrati assolutamente inadeguati, perché forniti non solo di colori allegri, ma anche di fessure di 4,5 a volte anche 10 cm in cui l’acqua entra con estrema facilità. Mah. Il rapporto degli americani con le scarpe è qualcosa che non mi spiegherò mai…

Altra osservazione macro è che il concetto di accostamento qui è piuttosto confuso. Probabilmente perché lo stile preferito dagli studenti è il casual, cioé “apro l’armadio e pesco a casaccio qualunque cosa che sia più o meno pulita e me la metto”.

Spesso e volentieri il problema è la limitata scelta che si presenta allo studente in questione. Soprattutto se maschietto. In quel caso i capi si riducono a quelli che si possono contare sulle dita di una mano: t-shirt (di diversi colori, molto spesso slavate e ormai senza più una forma), jeans in inverno e shorts in estate (o cmq in qualunque giorno di sole). Per completare l’insieme cappellino e flipflop.

Per le ragazze va un po’ meglio: le studentesse americane apprezzano particolarmente i vestiti, spesso quelli a top, senza spalline e non importa quanta percentuale di grasso c’è intorno al tuo scheletro… il vestito-tenda va per la maggiore e probabilmente viene considerato “snellente” perché nasconde il punto vita.

[Le “rotoballe” (la cui identità è stata nascosta per motivi di privacy) appaiono per gentile concessione di Cesidio Di Nicola] :-p

La cosa che le americane amano mostrare di più sono le gambe. Mai visti così tanti pantaloncini inguinali come qui. Mentre la gonna è un indumento veramente out. Se la mettono solo quelle un po’ strane, che sembrano amish o cose simili.

Se questo è il panorama “normale” esistono però anche delle eccezioni alla norma, e non poco frequenti se devo essere sincera. Gli studenti a volte ampliano la propria scelta inserendo nel guardaroba da università anche il proprio pigama (un mio studente è venuto a lezione un paio di volte con i pantaloni del pigiama di superman). Quei bei pigiamoni di pile… insomma, non si possono certo scambiare per una tuta (lo stavo dimenticando, anche l’abbigliamento sportivo va per la maggiore).

Oppure, in mancanza di meglio, è molto stilish anche una bella t-shirt sbrindellata e piena di patacche… con la quale mi è capitato di vedere studenti soffiarsi il naso, pulirsi le mani, asciugarsi il sudore dalla fronte… insomma, all’occorrenza si può fare più o meno tutto.

E nessuno si scandalizza se la suddetta maglietta è anche piena di buchi, completamente sbregata o con macchie di dubbia provenienza e consistenza (a messa l’altro giorno il tipo di fronte a me aveva sulla spalla una strana macchia lunga almeno 10 cm che sembrava un residuo di cera… mah).

Altre categoria molto interessante è l’americano in viaggio. In questo caso la parole d’ordine è COMFORT. Quindi tute e pigiami vanno per la maggiore soprattutto nei viaggi lunghi, e cerco di darvene un assaggio mostrandovi alcune foto “rubate” nelle stazioni Greyhound del mio ultimo viaggio overnight a Savannah.

In questa occasione ho anche avuto la possibilità di immortalare alcuni dei più diffusi articoli per calzature (se consideriamo chiuso il capitolo flip-flop). Beh, negli Stati Uniti tutti, anche i vecchini, si mettono le scarpe da ginnastica.

Oltre a questo evergreen però ci sono anche due outsider che meritano una menzione d’onore:

1. lo stivaletto di lana con pelo a vista

2. scarpa da ginnastica con calzino doppio a vista

E con le calzature chiuderi qui perché davvero si potrebbe andare avanti senza fine…

Per chiudere vorrei darvi un piccolo assaggio degli accessori in voga negli States. Per le donne sembra siano molto trendy borse ed affini di tale Vera Bradley. Personalmente non mi fanno impazzire, ma qui le hanno praticamente tutti, dalla bambina piccola fino alla nonna.

Infine, se volete osare un po’ di più ed essere un po’ più aggressivi, potete sempre seguire l’esempio di questi giovani americani (e non crediate… la prima foto è scattata a Las Vegas, ma la seconda nella tranquilla Savannah… tutto il mondo è paese ormai, le pazzie non sono solo per la notte viziosa di Vegas 🙂 )

 

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Latitanza….

Eh gia’, sara’ l’avvicinarsi del rientro, o la pressione della fine del semestre (insieme alla mole di lavoro) ma in questo ultimo mese sono stata proprio latitante parecchio… I’m sorry (not too much a dire il vero)

C’e’ un post che devo assolutamente scrivere prima di partire, ma sto cercando di raccogliere materiale adeguato… non e’ facile fotografare gli americani per documentare come si vestono, senza farsi sgamare.

Comunque, il post di oggi era solo per dirvi che sono ancora viva, come il resto della natura qui intorno sto uscendo dal letargo invernale e tra poco saro’ a casa!! Yeah!

beh, visto che il risveglio della primavera qui e’ proprio una cosa bella ho pensato di farvi vedere qualche foto degli alberi in fiore che ci sono nel campus. Spero possiate apprezzare. Enjoy and have a nice weekend!

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Lezioni di sopravvivenza. In cucina

Anche in Virginia (ebbene sì) ci sono giorni in cui la malinconia si fa sentire. E allora cosa c’è di meglio che prepararsi un buon manicaretto all’italiana!!

Certo, la soluzione è un’arma a doppio taglio che può guarire o anche peggiorare la situazione (difficile resistere alla tentazione di tornare in Italia dopo aver mangiato qualcosa di buono che qui è un miraggio mentre a casa è la normalità…) comunque se assunta in piccole dosi e con un certo autocontrollo vi assicuro che funziona. Infatti sono ancora qui 🙂

Dunque, il post è nato esclusivamente per mostrarvi il risultato della mia prova culinaria odierna, di cui sono IMMENSAMENTE fiera. Però già che ci sono ho pensato anche di mostrarvi le faccette felici degli studenti che hanno provato il mio tiramisù al cioccolato.

Nonostante le difficoltà a reperire le materie prime (e il notevole investimento monetario, visto che il mascarpone qui costa uno sproposito perché importato dall’Italia) il risultato è stato un ottimo tiramisù e devo dire che nonostante i mie dubbi i ladyfingers (unici possibili sostituti dei savoiardi) fanno la loro figura.

Ma veniamo ad oggi. In attesa (e in preparazione) della prossima cooking class ho sperimentato il piatto che vorrei fare domenica con gli studenti. Pur non essendo un ometto l’ansia da prestazione ha avuto il suo effetto anche su di me e quindi oggi mi sono messa a cucinare… (rullo di tamburi) …. I PIZZOCCHERI!!

Ebbene sì. Ho portato un pezzettino di Valtellina anche in Virginia 🙂

E’ stata una faticaccia a dire il vero… non avevo mai fatto la pasta dei pizzoccheri e qui ovviamente non ho la nonna papera, quindi tutto lavoro di mattarello (e di addominali che non so perché ma continuano a lamentarsi)! Ho impastato la farina con l’acqua, ho tirato la pasta, ho tagliato le listarelle e poi ho messo a cuocere le verdure. Mentre verdure e pasta cuocevano poi ho tagliato il formaggio e devo dire che anche in questo caso nonostante non si tratti di casera o bitto dop la scelta che ho fatto al supermercato si è rivelata soddisfacente.

E infine ecco il mio mix ricoperto di abbondante burro fuso.

Beh, per chi non ci credesse vi metto anche le foto della preparazione… ora sarà meglio che vada a farmi una doccina perché davvero, non ho mai sudato così tanto in cucina. Ma ne valeva la pena!! 🙂

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Spring break… Arizona!

Insomma… qui si comincia a battere la fiacca! Al rientro dallo spring break mi sono lasciata prendere la mano dal lavoro e dallo studio e sono stata poco attiva come blogger. Cercherò di rimediare.

Beh, se per lo spring break state pensando a spiagge californiane o a parties a Miami vi sbagliate di grosso (vuole anche dire che non mi conoscete molto bene e quindi dovrei chiedermi perché siete finiti a leggere il mio blog :-P)

Il mio sogno americano era andare a vedere il Grand Canyon e ho pensato di approfittare dello spring break per farlo diventare realtà. Quindi insieme alla mia coinquilina (che non ha avuto molta altra scelta) ho trascorso una settimana attraversando il Nord dell’Arizona, da Las Vegas (che è in Nevada per chi non lo sapesse) fino ai 4 corners (l’unico punto degli Stati Uniti in cui 4 stati si incontrano a formare una croce) e poi ritorno a Las Vegas. In totale 1.328 miglia, cioè la bellezza di 2.137 km.

Con una di quelle macchine americane grosse come un camion, sulle strade che si vedono nei film, quelle lunghe lunghe, diritte, in mezzo al deserto e poi tra i boschi e poi ancora deserto e poi attraverso le mesetas…

Insomma, questo è uno di quei viaggi che non puoi dimenticare, quelli in cui ti toglie il fiato anche solo stare zitta e guardare fuori dal finestrino il mondo che ti scorre intorno…

E poi finalmente dopo le prime miglia e poi tante curve arrivi da lui, il Canyon. E capisci perché si chiama Grand Canyon. Perché è immenso! E tu stai a domandarti come può esserci qualcosa di così spettacolare e come fai ad essere lì ad ammirarlo… un maestoso ricamo delle forze della natura, con i suoi colori, le sue rocce che sembrano cambiare consistenza al cambiare della luce, le sue profondità e il rumore del vento che sembra il respiro di una terra antica, magica, che lì si mostra in tutto il suo splendore. Come una di quelle signore eleganti che sfoggiano con dignità le loro rughe, segno di una sapienza e di una saggezza che si acquisisce solo con il passare del tempo.

E ti viene voglia di stare lì in mezzo, seduta su una di quelle pietre e far scorrere il tempo, le stagioni, solo per vedere che cosa cambia nel paesaggio, tutte le sfumature che queste pietre possono assumere. Le albe, i tramonti, le nuvole che scorrono… tutto, davvero tutto sembra messo qui intorno appositamente per farti godere lo spettacolo che il creatore mette in scena per te. Anche senza aver pagato il canone 🙂

Ma purtroppo non potevamo restare solo a vedere il canyon per una settimana intera; o meglio, avremmo potuto, ma questo angolo di terra offre tanto altro all’avventuroso viaggiatore e quindi ci siamo diretti versi la Monument Valley. Se il nome non vi dice niente aspettate di vedere le foto e subito vi verrà mente (non credevate davvero che potessi scrivere questo post senza mettere foto… ho pensato di mettervi una breve carrellata alla fine… dopo la breve descrizione del viaggio, così vi gustate meglio le immagini!).

Arrivati qui sembra di vedere il negativo del canyon: quello che lì è stato scavato in profondità, qui invece è visibile in altezza. Nel bel mezzo del deserto rosso spiccano queste torri rossastre, tutte della stessa altezza. In mezzo alle riserve indiane. Insomma, sembra di stare davvero in un film western!

Non mi resta che lasciarvi alle foto… compresa quella del cratere meteoritico meglio conservato del pianeta. Insomma, in quanto a buchi, in Arizona non si sono fatti mancare proprio nulla. 🙂

Enjoy!

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I padri della patria

Scrivo questo post dopo essere stata ad una noiosissima conferenza sulla biografia di George Washington. Invece di tediarvi con descrizioni che riguardano la poco interessante vita privata di George o la sua dedizione alla nazione americana o macabri dettagli su quanti denti avesse o quanto fosse alto di preciso (tutti argomenti sviscerati nel corso della relazione) vi faccio partecipi delle mie riflessioni a margine di questo incontro.

Beh, diciamo che mi sono venute in mente le discussioni sui 150 dell’unità di Italia. George Washington è letteralmente venerato qui, almeno qui a Fredericksburg, dove passò parte dell’infanzia, ma comunque credo che in tutto il paese (oltre a dedicargli un intero stato, la capitale e più di 50 altre cittadine di piccole e medie dimensioni, per le quali vi rimando all’elenco su Wikipedia) ci sia davvero una specie di culto verso quello che è definito uno dei padri della patria.

Ho pensato a quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri padri della patria, ma in effetti ogni qual volta vengono nominati i vari Garibaldi o Mazzini o tanti altri, anche quelli che hanno dato la vita per il nostro paese, mi sembra che sempre ci sia da una parte quasi un certo imbarazzo e dall’altra una scarsa convinzione, quasi una specie di superficialità, la sensazione di far parte di un semplice rito che in fondo però non ha nulla da dire agli uomini e alle donne di oggi.

Così come il rapporto strano che abbiamo con la nostra bandiera, il nostro inno, che di solito tiriamo fuori per tifare la nazionale di calcio (lamentandoci se i giocatori non lo cantano, ma poi nessuno a scuola te lo insegna… quindi è quasi normale che nessuno lo sappia davvero o lo sappia in modo approssimativo… dicendo stringiamoci a corte!).

Forse è perché in fondo noi ci sentiamo molto più veneti o lombardi o abruzzesi o siciliani che non italiani. O forse (ma entrambe sono solo mie ipotesi, non supportate purtroppo da alcuna evidenza) la nostra storia è diversa e il nostro popolo, dopo aver subito la retorica patriottica del regime fascista teme ora qualsiasi espressione di retorica e qualsiasi simbolo che richiami quella matrice. Quasi ci fosse ancora quella ferita nel popolo italiano, dopo gli anni difficili della Resistenza e della Repubblica di Salò in cui essere italiani ha voluto dire anche combattere una lotta fratricida.

Poi a volte appare qualche Benigni di turno a ricordarci quello che dovremmo avere sotto gli occhi tutti i giorni. Ci riscaldiamo il cuore per un po’, ma poi credo che tutto torni come prima. Con le bandiere in soffitta, in attesa della prossima coppa del mondo.

Nemmeno il 25 aprile o il 2 giugno credo che qualcuno la tiri fuori, tutti troppo impegnati a fare la gita fuori porta o il weekend alle terme o all’agriturismo, o peggio ancora in qualche paese straniero.

Qui invece quasi ogni casa ha la sua bandiera sulla facciata o sul vialetto di ingresso e addirittura in chiesa ho trovato la bandiera americana, proprio di fianco all’ambone. Anche in questo gli americani sanno essere esagerati 🙂

Però ci credono davvero nell’essere americani, prima di essere texani o virginiani. Ed è bello vederli girare in lungo e largo questo immenso paese, mentre tanti italiani non si sono mai mossi dalla loro piccola valle tra i monti o dalla loro isoletta.

Forse anche questo vorrebbe dire essere italiani: allargare l’orizzonte, fino a comprendelo tutto questo nostro tanto acclamato BEL PAESE (non il formaggio, eh!), dalle Alpi fino a Lampedusa, passando per tutti gli Appennini e la pianura padana, e la costa tirrenica e quella adriatica, e il Gennargentu e il tavoliere delle Puglie… e mi fermo, solo perché il post non può essere troppo lungo.

E magari conoscendolo si potrebbe pure amarlo un po’ di più. Nonostante i difetti.

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Pittsburgh ovvero la patria degli Steelers

In onore degli sconfitti Steelers (ma vi prego, niente domande sul football perché finora ci ho capito molto molto poco) vi racconto brevemente il mio viaggio a Pittsburgh.

Diciamo subito che rispetto alle grandi città viste nello scorso semestre (fall per gli americani… non chiamatelo autumn perché non capiscono) la differenza si vede. Diciamo anche che credo di aver visto in due giorni tutto quello che c’era da vedere. Periferie comprese 🙂

La cosa più interessante di questo viaggio è stata… il viaggio. Costo: 50 cent. Inspiegabilmente esistono dei pullman che collegano le città americane e prenotando su internet 6 posti per due viaggi overnight Washington DC – Pittsburgh (400 km circa) e ritorno, si possono spendere ben… 50 cent. E meno male che siamo nella patria del capitalismo. 🙂

Una volta arrivate a Pittsburgh (nel cuore della notte) io e la mia collega tedesca abbiamo cercato riparo prima nella Greyhound station e poi in un McDonald’s, aspettando almeno le 8 per fare un giro in città (benedetti i Mc che aprono alle 6 del mattino!!)

E poi… in giro per la città. Certo, se ve la immaginate in una bella giornata e con un po’ di verde al posto della neve fa il suo effetto, ma anche così ha il suo fascino. 😉

 

Immagino che non vi capiterà molto facilmente di visitare Pittsburgh, ma se dovesse succedere vi do un paio di consigli:

1. Se volete vedere il Museo di Andy Warhol siate pronti ad una delusione. Soprattutto se amate Andy Warhol (credo); io non sono una sua fan sfegatata, ma buona parte di quello che è esposto mi è sembrato una sopravallutazione (della serie, qualsiasa cagata fatta da Andy Warhol è degna di stare in un museo… compreso filmato di 20 minuti in cui uno si taglia i capelli…mah)

2. Non perdetevi Okland, a mio parere la parte migliore della città. Soprattutto la zona universitaria, molto molto carina (anche solo per passeggiarci)

(nella foto vedete la cosiddetta Cathedral of Learning, sede della University of Pittsburgh, una delle più antiche università degli Stati Uniti, fondata nel lontano 1787).

3. Beh, il Carnagie museum (di arte e scienza) non è male, anche se dipende un po’ da che cosa avete visto prima e qual è il vostro metro di paragone. Se si tratta del National Museum of Natural History di DC e di musei come il MOMA e il Metropolitan… beh, potete passare un pomeriggio all’insegna della conoscenza, ma non troverete nulla di troppo entusiasmante. Degna di nota la sezione sugli indiani d’America. Credo sia la prima volta che trovo una parte dell’esposizione dedicata alla loro cultura.

4. Se passate lì la domenica pomeriggio ricordatevi… dopo le 5 è tutto chiuso. In quel caso chiamatemi e vi spiego dov’è l’unico locale in centro aperto fino a mezzanotte. 🙂

Per chiudere, in onore agli sconfitti Steelers, vi posto la foto dell’insegna di un bus… poveri chissà come ci sono rimasti male…

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Istruzioni per l’uso: ACRONIMI

Per tutti coloro che hanno intenzione di soggiornare, anche per brevi periodi, negli States… preparatevi al durissimo impatto con sigle e acronimi.

Sembra scientificamente provato che ogni statunitense che si rispetti usi almeno un paio di sigle in ogni conversazione… quindi siate pronti!

Ho raccolto alcune delle più comuni, o almeno quelle che è capitato a me di sentire o di non capire durante una conversazione (o in una mail). Per il resto vi metto pure un paio di link utili… prima o poi potreste averne bisogno. HF! 😛

BRB – be right back
ASAP – as soon as possible o ASAHP – As Soon As Humanly Possible
AKA – also known as
IDK – I don’t know
AKA – also known as
ASAP – as soon as possible
OT – off topic
IMHO – in my humble opinion
SOS – save our souls
BTW – by the way
LOL – laughing out loud
LMAO – laughing my ass off
WTF – what the fuck
HMU – hit me up
LTC – loving tender care
AFC – away from computer AFK keyboard
ALAL – actually Laughing Out Loud
AWGTHTGTTA – Are We Going To Have To Go Through This Again?  (ok, questa l’ho messa solo perché mi sembra completamente ASSURDA!!!)
B4 – before
BBB – busy beyond belief o bored beyond belief
BHAK – big hug and kiss
CAT – can’t answer that
CUL – see you later
DAM – don’t ask me
EBI – ever better if
GTG – got to go
NBD – no big deal
OMG – oh my God o ODG – oh dear God
TMI – too much information

http://www.abbreviations.com

http://www.all-acronyms.com

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